ITALIA: UN PAESE IN DECLINO SENZA BENE COMUNE

 

crisiSpesso si fa notare, nel nostra paese, che il problema dell’economia è prima di tutto un problema delle istituzioni, troppo farraginose, che impiegano una burocrazia elefantiaca, che usa strumenti di repressione eccessivamente severi e punitivi nei confronti degli operatori economici. Se questo assunto fosse vero, allora le riforme che si stanno votando in queste settimane, potrebbero rappresentare la proverbiale boccata d’ossigeno. Sfortunatamente per noi i motivi del declino economico dell’Italia, che da quinta potenza del mondo occidentale sta ormai sparendo dal gruppo delle nazioni più ricche del mondo, risiedono in un concentrato di concause. Il declino è ascrivibile innanzitutto all’eccessiva pressione fiscale, che deriva a monte da un lassismo dello stato nei confronti dell’evasione fiscale. L’incapacità dello stato di avere norme fiscali chiare, nette, eque rende l’evasione conveniente per molti strati di cittadini, anche quelli che non hanno preso mai una molta. La stessa evasione non viene percepita come reato grave, se i primi a evadere sono i grandi industriali, i politici, i personaggi pubblici che in genere si accordano con l’erario per restituire solo una parte del non versato. E parliamo quasi sempre di milioni. Lo stato invece si dimostra inflessibile per poche migliaia di euro, dimostrandosi incapace di stabilire un rapporto umano col contribuente.

Vi è poi l’assoluta mancanza del concetto di bene comune: tutto ciò che è pubblico, anziché essere considerato di tutti, e quindi un po’ mio come un po’ tuo, viene percepito come di nessuno. Si materializza così un’area di anarchia totale, dove dissesto e noncuranza la fanno da padrona. Così perdiamo visitatori nei musei statali, così lasciamo che Pompei crolli, così teniamo in vita cantieri da decenni, improduttivi, costosi, che attirano solo le mafie, alle quali ci si rivolge ogni qualvolta lo stato sembra essere assente. Assistenzialismo, paternalismo, nepotismo sono presenti ovunque, non ne sono immuni nemmeno le grandi aziende private, che spesso cercano nel pubblico la mano forte per tentare scalate che la loro dimensione e il loro giro d’affari non gli permetterebbe. In tutto questo, chi veramente combatte nella trincea del lavoro, tentando di attuare dei processi produttivi di innovazione, ricerca, lean manufacturing, qualità ed eccellenza, finisce per essere travolto dalla scarsa capacità della politica e delle associazioni di interpretare i cambiamenti. L’economia globale su larga scala impone la delocalizzazione, ma noi abbiamo creato dalle nostre mani, non facilmente intercambiabili, una manifattura di qualità che lentamente si sta sfaldando. Nel migliore dei casi le nostre aziende sono inglobate da industrie asiatiche o americane, nel peggiore chiudono, lasciando andare via operai specializzati, know-how e portfolio di clienti. La ricetta per la ripresa deve passare dall’eccellenza e da un’inversione a U nel rapporto con il bene comune, solo in questo modo potremo avere cura di ciò che possediamo. Questo vale quanto nello sfruttamento dell’immenso patrimonio artistico, tanto nell’attirare investimenti e visitatori stranieri. Un paese con meno lacci, ma leggi più certe e un fisco meno incomprensibile, è fondamentale per fare impresa, creare occupazione, aumentare i consumi e rimettere in moto tutto il sistema.

 

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